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Un documento in latino dei 1663 afferma: « Ha la cura di questo luogo (Belvedere) il Rev.do Don Gabriele Formento del Feudo di Govone e della diocesi di Asti di anni 56.
Abita nella casa canonica con i familiari, la qual casa appunto è situata sotto il castello di questo luogo e fu legata alla Parrocchiale dal Rev.do Don Pietro Antonio Montavia, parroco predecessore con l'onere della celebrazione di 12 messe annue».
Da un altro manoscritto risulta che Gabriele Formento entrò parroco a Belvedere il 2 marzo 1632; si deduce che il predecessore Don Pietro A. Montavia era stato parroco agli inizi dei Seicento.
Anzi in un'altra carta si fa cenno ad un libro esistente presso la Curia Vescovile riguardante il Beneficio Parrocchiale (di Belvedere), libro «formato circa l'anno 1574».
Quindi, come risulta dai documenti sopracitati, negli anni di fine Cinquecento ed inizio del Seicento esisteva già il beneficio, la casa canonica, e di conseguenza la chiesa parrocchiale.
La casa canonica menzionata non era questa attuale, perché questa è stata acquistata dall'arciprete Don Gabriele Francesco Venezia il 16 novembre 1733. (Evidentemente anche questa da allora ad oggi è stata più volte restaurata e ristrutturata).
Anche la chiesa parrocchiale non era questa attuale, ma un'altra esistente nel medesimo luogo.
Di quella chiesa preesistente sappiamo alcune notizie dai verbali delle visite pastorali; ad es. un verbale della visita pastorale del 29 giugno 1749 afferma: « giorno 29 dopo cena circa l'ora 21 dal luogo di Corticelle (Cortiglione) viene l'Ill.mo e Rev.mo V. Giuseppe Filippo Felizzano ed al luogo di Belvedere insieme al suo Comitato si ritira nella casa parrocchiale; poco dopo, precedendo la Croce, il Popolo, la Confraternita e il Clero, sotto il baldacchino, va processionalmente alla chiesa parrocchiale ». Da questo verbale e altri risulta che in quella antica chiesa parrocchiale c'era oltre l'altar maggiore, l'altare dei Ss. Rosario con un quadro della B.M. Vergine «di struttura elegante e tutto indorato». C'era poi ancora un altro altare dedicato alla B.M. Vergine dei 7 dolori fatto costruire «dall'ill.mo D. Marchioni di Ovilio, compatrono di questo luogo».
Il campanile non c'era ancora, perché il verbale dice: « Il campanile è vicino e di fianco all'Oratorio della Confraternita: ha due campane... ». (Si può ipotizzare trattarsi quindi del campanile della chiesa di S. Giorgio).
Quell'antica chiesa parrocchiale aveva sacrestia e coro troppo piccoli. Il parroco del tempo arciprete Don Carlo Gino nel 1769 domanda al Vescovo Mons. P. Maurizio Caisotti il permesso di ampliarli. Ecco il testo della lettera: «Ill.mo e Rev.mo Signore, esponesi per parte della Comunità di Belvedere unita al Rev.do Sig. D. Carlo Gino arciprete di quella parrocchiale, che ritrovandosi il Coro e Sagrestia della Chiesa Parrocchiale sotto il titolo della Natività di M. Santissima, nello stesso luogo, molto angusti, senza che si possa da quei Particolari (persone) intervenire nelle funzioni parrocchiali ed ecclesiastiche, essendo postata detta Sagrestia verso mezzanotte, con piccola finestra e con poca aria in modo che patiscono le suppellettili e robbe inservienti per la Chiesa medesima; essersi perciò questa Comunità determinata alla rinnovazione del detto Coro, con l'ampliazione di questo, come similmente alla riformazione della Sagrestia, con far quella costruire dall'altra parte in attiguità della medesima chiesa e verso mezzogiorno in un sito più proprio e più sano... ».
A questa richiesta il Vescovo P.M. Caisotti così rispondeva: « ... Vista la richiesta con la relazione fattaci dal Rev.mo Arciprete della Chiesa Parrocchiale del luogo Belvedere... permettiamo l'ampliamento del Coro e la costruzione di una nuova sacrestia della chiesa in luogo annesso alla stessa chiesa... ».
Così in quell'anno 1769 si iniziava a costruire l'attuale Coro e l'attuale sacrestia; però durante i lavori di demolizione del vecchio Coro, crollò pure l'altare maggiore... Una lettera dei 1770 al Vescovo afferma: « ... in seguito alla permissione ottenuta da Vs. Ill.ma e Rev.ma, avere fatto costruire un nuovo Coro nella chiesa parrocchiale di questo luogo, avendo però prima fatto demolire il Coro vecchio, e durante tale demolizione, si è reso l'altare maggiore in totale rovina, dimodoché la predetta Comunità resta costretta a fare costruire un altro nuovo... ».
Il Vescovo autorizza la costruzione del nuovo altare, e non potendo venire lui stesso a benedirlo, per la distanza del luogo, incarica l'arciprete della parrocchia. Così l'arc. Don Carlo Giuseppe Gino lo benedice il 9 settembre 1770 (era l'altare in muratura che è rimasto fino al 1957, anno in cui è stato costruito l'attuale in marmo).
Intanto si rendeva necessario ricostruire l'intera chiesa parrocchiale. Viene formato il Consiglio dei Fabriceri della chiesa parrocchiale; il primo verbale della riunione porta la data dei 12 maggio 1808 e così afferma: «Atto di notifica di nomina dei Signori Fabriceri della Chiesa Parrocchiale di Belvedere. - Su invito dei Sig. Arciprete Stefano Giuseppe Ponte Presidente, i membri della Fabrica si sono radunati nella Casa Parrocchiale. Il Sig. Presidente vi presenta l'elezione, fatta da Mons. Vescovo d'Asti con suo decreto del 7 del corrente mese, dei signori membri componenti la Fabrica di questa chiesa parrocchiale nella persona dei Sig.ri Arciprete Stefano Giuseppe Ponte Presidente, Pietro Ivaldi, Secondo Bianco, Andrea Bigatti, Giuseppe Cazzolino, ai quali compete l'incombenza immediata di amministrare i redditi appartenenti alla stessa Fabrica ed alla piena ed esatta osservanza del regolamento emanato dal prelodato Mons. Vescovo ed approvato da Sua Maestà l'imperatore e Re Napoleone sotto il 3 luglio 1806 all'effetto che li medesimi entrino nella loro amministrazione... ».
Subito dopo il Sig. Andrea Bigatti viene nominato tesoriere ed il Sig. Cazzolino segretario.
Poi si passa a risolvere una questione spinosa con il Comune.
Esisteva nella casa comunale un forno fatto costruire «col mezzo di una somministranza fatta dalla Chiesa parrocchiale della somma di lire 220 parte in denari e parte in materiali, il quale (forno) ora viene dal Comune affittato e ne esige i proventi ».
Il Presidente della Fabrica della Chiesa più volte aveva sollecitato il rimborso di detta somma senza ottenerla. Finalmente non potendo il Comune restituire quella somma « per difetti di fondi e redditi » si giunge al seguente compromesso:
l. « La Comune... sarà tenuta a rimettere annualmente a profitto della Chiesa Parrocchiale una terza parte dei proventi dell'affitto».
2. La Fabrica della Chiesa parrocchiale sarà tenuta di concorrere per una terza parte alla manutenzione di detto forno ».
3. « La Fabrica dovrà rinunciare alla terza parte dell'affitto appena il Comune avrà rimborsato le 220 lire».
Evidentemente questa questione si era fatta perché si doveva ricuperare e cercare tutto il denaro possibile per costruire la nuova chiesa parrocchiale che doveva risultare bella e grandiosa.
A questo scopo si fecero anche delle collette; esiste infatti una « Lista dei particolari i quali hanno somministrato una somma per fare dei travagli nella chiesa parrocchiale nell'anno 1824 in Agosto»: si raccolsero lire 177.
In quel periodo (agosto 1824) la nuova chiesa era ormai terminata e questa somma venne spesa in lavori di rifinitura come risulta da un'altra "lista".
Il parroco manda una lettera al Vescovo affinché venga a benedirla: « Eccellenza Rev.ma, l'arciprete della chiesa parrocchiale dei luogo di Belvedere e Vicario Foraneo Steffano Giuseppe Ponte espone umilmente, che essendosi costruita una nuova chiesa parrocchiale più bella e più comoda dell'antica, desidererebbe, che venisse benedetta onde potersene servire a beneficio della popolazione. Fa perciò umile ricorso all'E.V. Rev.ma supplicandola voglia degnarsi delegare chi meglio giudicherà nel Signore per tale benedizione».
Il Vescovo di allora Antonino Faà risponde in data 2 settembre 1824 e manda il Vicario generale canonico Pietro Giacomo Gardini a benedire la nuova chiesa.
Quindi l'attuale chiesa parrocchiale ha incominciato a funzionare nel 1824.
Si dice che l'ippocastano in piazza della chiesa sia stato piantato l'anno in cui è stata terminata la chiesa: avrebbe perciò 181 anni nell'anno 2005. |
Non lontano dal Duomo di Milano (dedicato a "Maria Nascente" e consacrato da San Carlo Borromeo nel 1572), nella casa generale delle Suore di Carità, si apre un santuario dove, in una culla di bronzo, è custodita un'immagine miracolosa di Maria Bambina. Molto probabilmente in origine l'immagine era stata modellata in cera da suor Elisabetta Chiara Fornari, francescana di Todi, negli anni 1720-1730.

Tale immagine venne lasciata in eredità da Mons. Alberto Simonetta nel 1739 alle suore Capuccine di Santa Maria degli Angeli in Milano che ne divulgarono la devozione.
Verso il 1842 l'immagine della Vergine viene affidata dal parroco don Luigi Bosisio alle suore di carità di Lovere che operano nell'ospedale Ciceri di Milano. Al Ciceri, suore ed ammalati si rivolgono con fede a Maria Bambina per ottenere protezione e forza.
Nel 1876 il simulacro viene trasportato nella casa generalizia delle suore in via Santa Sofia. Ed è qui, nell'infermeria, che si compie il grande miracolo della guarigione della postulante Giulia Macario; da molti giorni gravissima, all'improvviso, al vedere l'immagine, si alza dal letto completamente guarita e cammina.
Da allora, il 9 Settembre si festeggia il giorno del miracolo.
Numerosi sono i miracoli che si compiono di fronte all'immagine sacra.
Nel 1953 viene consacrato l'attuale Santuario dal Card. Schuster arcivescovo di Milano dove trova degna collocazione l'immagine miracolosa.
Questa caratteristica immagine della Madonna Bambina in fasce nella culla, si trova anche nel Santuario di Vicoforte di Mondovì.
L'immagine di Maria Bambina che ora noi ammiriamo fu, molto probabilmente, collocata nella nostra magnifica chiesa nel 1824, anno in cui il tempio fu terminato e divenne funzionante.
In seguito, non si sa quando e per quali motivi, venne rimossa dalla chiesa e dimenticata in un ripostiglio in Canonica.
Nel 1996, alcuni collaboratori parrocchiali la ritrovano in condizioni pessime, e si decise di affidare il restauro della pregevole arca al laboratorio MANU FACTURA di Asti.
Verso la fine del mese di Luglio 1997 i restauratori Gionatàn Furnari e Roberto Palumbo, sotto la direzione artistica dell'Architetto Fabrizio Martinengo, completarono l'opera in modo superbo.
La preziosa arca è di autore ignoto e risale agli inizi del XIX secolo.
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Fino alla fine dei secolo diciottesimo (1800 circa) anche a Belvedere non esisteva il cimitero; i morti venivano sepolti nella chiesa e attorno ad essa.
Un verbale in occasione di una visita pastorale dell'anno 1749 a riguardo dei cimitero afferma: « Non esiste, ma i cadaveri in parte vengono sepolti nei sepolcri che esistono in chiesa e in parte o davanti o attorno alla chiesa parrocchiale».
Il medesimo verbale ed un altro dei 1766 affermano che in chiesa esistono «tre sepolcri, secondo le prescrizioni e servono per l'uso comune».
In questi sepolcri in genere venivano sepolti i parroci (come risulta da un elenco scritto dei parroci succedutisi a Belvedere a partire dall'anno 1632) e qualche persona ragguardevole.
Le persone comuni venivano sepolte attorno o davanti alla chiesa, a volte forse anche senza bara, perché nel medesimo verbale il Vescovo ordina che siano sepolte « in mezzo al sito davanti alla chiesa parrocchiale con bara di legno».
Ancora nel verbale dei 1766 si afferma che il cimitero « è attiguo alla chiesa parrocchiale, ben custodito e secondo le prescrizioni». Da una parte era circondato da una ripa. (Da ricordare che la chiesa attorno alla quale si seppellivano i morti era la parrocchiale preesistente all'attuale, anche se sorgeva già nel medesimo luogo).
Intanto all'inizio dell'Ottocento la legge civile proibiva di seppellire i morti nelle chiese ed attorno ad esse e rendeva obbligatori i cimiteri fuori dell'abitato per evitare il contagio di malattie.
Così anche a Belvedere veniva costruito il cimitero, quello che c'è ancora attualmente.
Lungo i tempi fu ampliato diverse volte. Infatti un verbale di visita pastorale dei 1883 afferma che «la parte antica del cimitero fu benedetta dall'arciprete Don Ponte, la parte recente dal mio antecessore Don Pia il 4 luglio 1861 ». Sappiamo che Don Stefano Ponte fu parroco di Belvedere dal 1776 al 1825 (fu lui a far costruire l'attuale chiesa parrocchiale). Non sappiamo la data precisa in cui egli ha benedetto la prima parte del cimitero, ma possiamo supporre nei primi anni dell'Ottocento. (Tuttavia egli, morto il 2 dicembre 1825, fu ancora sepolto nella chiesa parrocchiale; gli altri parroci dopo di lui, Don Gilardi, Don Pia, ecc. furono sepolti nel cimitero).
Di questo cimitero un verbale dei 1837 afferma che «tutto è secondo le prescrizioni, si può chiudere bene, e la manutenzione spetta al Comune».
Dopo che fu costruito il cimitero fuori del centro abitato, lontano dalla chiesa, era ancora necessario portare i morti nella chiesa parrocchiale prima di seppellirli? Oppure bastava fare le esequie nella cappella dei cimitero?
Il Vescovo aveva ordinato di fare la cerimonia di sepoltura nella chiesa parrocchiale e poi andare al cimitero; ma a Belvedere avevano buoni motivi per andare direttamente al cimitero, senza passare nella chiesa parrocchiale!
Infatti in una lettera dei 13 marzo 1836 il sindaco Ivaldi ed il sacerdote economo don Bertelli presentano proprio questa richiesta al Vescovo; ecco la lettera:
« Eccellenza,
l'attuale consuetudine di questo paese in ordine alle sepolture è che i cadaveri non entrano nella chiesa parrocchiale. Venendo a decesso qualcuno, se è nel paese, si procede a fare la levata dei cadavere a casa, e poi si piglia la strada più breve, e si va immediatamente al cimitero, ove giunti, v'è la chiesa non dentro al cimitero, ma fuori, di maniera che solo la parte di dietro serve pel suo spazio di cinta al medesimo, s'entra in essa, ed in essa si fanno, e compiscono le esequie secondo il rito di Santa Madre Chiesa e non si entra nel cimitero. Trattandosi poi dei cassinieri (gli abitanti delle cascine nelle frazioni) che formano la metà e più del paese, si porta il cadavere sul piazzale della chiesa parrocchiale, che è l'ultimo fabbricato, da dove si fa la levata dei cadavere, e si tende subito verso il cimitero, ove s'arriva col canto posato del salmo Miserere, e colà giunti si fa come sopra: la strada è sempre bella, sia che il tempo sia piovoso, o nevicoso. Ora dovendosi stare ai veneratissimi ordinamenti di V. E. Rev.ma, cioè dovendosi fare, e compire nella chiesa parrocchiale le funzioni funebri, sicuramente i cassinieri non vogliono più portare i cadaveri sul detto piazzale, perché non vi è più luogo a farne la levata per entrare nella chiesa, e pretendono che si torna all'uso antico, che era di andare a farne la levata fuori dei paese lontano quasi una volta di più che dalla parrocchiale al cimitero, ed occorrendo per tempio piovoso o nevicoso, sarebbe incomodissimo pel Parroco, e per quei, che caritatevolmente si portano alla funzione, perché strada è fangosa e d'un fango attaccaticcio.
Onde supplichiamo la clemenza di V.E. Rev.ma a volere degnarsi di permettere, che s'osserva in questo paese l'attuale uso, persuasissimi, che nella Lei visita Pastorale considerate la lontananza, e qualità delle strade niente sarà per innovare a questo proposito ».
Il Vescovo rispondeva in data 16 marzo 1836; dopo aver esaminato il caso concludeva:
« ... dichiariamo perciò proseguire nella consuetudine attuale ».
Quindi il Vescovo accettava la richiesta di portare i morti al cimitero, senza passare nella chiesa parrocchiale; tuttavia in seguito, forse quando le strade furono meno fangose e il fango meno "attaccaticcio", anche a Belvedere si adattarono alle disposizioni dei Vescovo di fare la cerimonia di sepoltura nella chiesa parrocchiale.
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L'esistenza nel Comune di Belveglio dell'Oratorio della Confraternita di "San Giorgio e San Sebastiano", secondo le indicazioni riportate nelle relazioni redatte in occasione delle Visite Pastorali dei Vescovi di Asti, è documentata a partire dal 1572 (= Visita Pastorale del Vescovo Mons. Della Rovere).
Da questa Visita Pastorale e soprattutto dalla successiva del 1583 risulta che esisteva un edificio chiamato: "Oratorium disciplinatorum"; sorgeva nel recinto sotto il Castello "Castrum"; era dedicato a San Giorgio e a San Sebastiano; nell'interno vi era un solo altare in laterizio "mal tenuto "et male ornato".
I Confratelli seguivano la regola di San Carlo Borromeo ed andavano vestiti con una cappa di colore bianco con cappuccio. Vi era un rettore che durava in carica solo un anno e alla fine del mandato doveva rendere conto della sua amministrazione al Parroco della Parrocchiale.
L'Oratorio aveva dei terreni.
In queste relazioni, molto frammentarie e sintetiche, non si parla ancora del campanile.
Molto probabilmente la struttura attuale dell'edificio risale alla prima metà del 1600.
All'interno:
presenta una struttura rettangolare con un'unica navata a volta a botte unghiata sulle quattro piccole finestre. Le pareti laterali sono suddivise da quattro lesene che sostengono il cornicione settecentesco.
Le pareti e la volta non recano segni di affreschi.
L'altare è in laterizio e poggia su una pedana in pietra greggia con due gradini sempre in pietra.: molto probabilmente è ancora l'antico altare risalente alla fine del 1500.
Il Presbiterio era delimitato da una severa balaustra tutta in pietra con pilastrini geometricamente sagomati (inizio 1700).
Attualmente molti pezzi di tale balaustra sono conservati dietro l'altare.
Esiste ancora, sulla bella balconata (in legno di noce con pannelli intarsiati risalente al 1700) sovrastante il portale d'ingresso, il coro con i banchi e i seggi dei confratelli; anch'esso risale al 1700.
Del pulpito (in noce con pannelli intarsiati) ne parlano già le relazioni dell'inizio del 1600.
Vicino alla porta grande della Chiesa vi è la bella acquasantiera con piedistallo tutta in pietra risalente all'inizio del 1600.
Sopra l'altare maggiore troneggiava l'Icona su tela raffigurante il martirio di San Sebastiano e San Giorgio a cavallo che uccide il drago. Molto bella la cornice del quadro risalente al 1500. Ora il quadro con la preziosa cornice è conservato nella Chiesa Parrocchiale.
Dietro l'altare maggiore esiste una piccola sacrestia con un bel armadio a muro risalente al 1700. La sacrestia comunica con i due lati dell'altare maggiore con due porte e con l'esterno con una piccola porta in legno.
All'esterno:
Anche l'attuale struttura esterna potrebbe risalire alla prima metà del 1600. La facciata ha il timpano sorretto ai lati da due lesene; sotto il timpano due piccole nicchie vuote con belle cornici in muratura.
Anche l'unico portale è sormontato da una piccola nicchia e da una cornice curva in muratura. Al fondo della parete esterna sinistra, sulla sacrestia, sorge il sobrio campanile non molto alto con due campane risalente alla seconda metà del 1600.
L'edificio conobbe il massimo dello splendore nella seconda meta del 1800.
La Confraternita dal 1946 non ha più organi statutari operanti.
Negli anni dal 1976 al 1988 l'edificio venne adibito a sala da gioco e per spettacoli teatrali poi definitivamente abbandonata e chiusa.
Attualmente è in cattive condizioni e in attesa di ristrutturazione.
(Informazione fornita da Don Aldo )

E' la chiesa del Bricco di Belveglio.
Ancora adatta al culto, è utilizzata solo in occasione di avvenimenti specifici locali.
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